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SULLE ORME DELLA PECE SILANA

La pece bruzia: materia prima preziosa, una volta, oggetto di rapina da parte di pionieri, di eserciti invasori, ma risorsa dei popoli calabri dai Brezi e fino a qualche decennio fa.

La estraevano i boscaioli dal tronco del pino laricio incidendo canali a lisca di pesce, nè più nè meno come i seringueiros sudamericani estraevano il caucciù dall’Hevea Brasiliensis; mille usi nel passato, dalla farmacologia ai cantieri navali, dalla impermeabilizzazione dei tessuti all’artigianato.

Selva del Cupone - Pino laricio inciso a lisca di pesce per l'estrazione della pece

 La pece ed i suoi derivati nel linguaggio dei padri

 La lingua é la testimonianza più veritiera della nostra storia, infatti basta dare uno sguardo al linguaggio dialettale, all’idioma storico del Marchesato, e ci si rende conto dell’importanza della pece da quanto quel termine fosse presente nel linguaggio dialettale. Emerge, infatti, in tantissime voci: ‘mpiciata = copertina idrorepellente, picata =  impiastro medicamentoso, appicciare = propagare il fuoco, ‘mpicciu = situazione scabrosa in cui ci si avviluppa come nella pece, ‘mpicciùsu = attaccaticcio, pìcula = gocce di resina prodotte per surriscaldamento. Ma é presente anche in termini italiani: appiccicare = legare insieme, quindi appiccicaticcio = che tende facilmente ad attaccarsi, impicciarsi = legarsi in situazioni che non competono e quindi impiccione, spicciare = finire (districarsi dalla pece), spicciolo = moneta staccata dall’intero e, talvolta, “spiccicare le parole” = districare voci dalla balbuzie.

Forno di pece nera nella Sila Piccola indicato in una cartina di Nicola Venusio - A. 1774

Le vestigia del passato

 Esiste una particolare mappa di Nicola Venusio, del 1774 che rappresenta il Sanduka, grande appezzamento di terreno concesso nel 1099 al Monastero Cistercense di Calabromaria, da Ruggero Borza, duca Normanno. Costituisce un documento di primaria importanza per la storia di Cotronei e dell’intera Calabria centr’orientale ed una valida testimonianza antropologica per le attività e la presenza demografica in quel territorio. Una vasta nomenclatura toponomastica presente in quella mappa racconta la storia del Monachesimo italo-greco, cistercense e florense: Ospizio di Pasquale (monastero cistercense), Torre di Pollitrea (altra grangia monastica cistercense), Timpone della Monaca, Vallone de’ Greci, Vallone Sobrano Badiale (florense). Evidenzia anche la classica agricoltura montana: Cerasella, Nocelletto, Cognale della Bruna; come anche la pastorizia: Caprara, Caprarella, Arenosa. Ma nella mappa ecco che emerge per ben due volte la presenza di un termine particolare riferito ad un’attività montana valida fin dalla antichità greco-romana, ed ancora antecedente: “Forno di pece nera”. Uno è posto, con minuscola ed approssimativa immagine, lungo il corso del torrente Migliarite, l’altro, con identica iconografia, su un piccolo torrente affluente del precedente, nei pressi di una antica mulattiera annotata come “Strada che porta a Policastro”.  Grazie alla mappa del Venusio  ritrovo il secondo forno di pece. Ma l’allargamento dell’antica mulattiera ha quasi del tutto disintegrato “La carcara di pece”, come veniva volgarmente nomato, e la relativa casa-rifugio annessa. I resti però permangono e  numerosissimi. Già in superficie dove sorgeva il forno, ma anche nel prato adiacente, numerosi sono i frustuli di pece, i sassi intinti nella preziosa linfa, le terre cotte, le pietre annerite ed arrostite al fuoco. Le foto annesse danno l’idea della disseminazione dei resti del forno di pece nera, a testimonianza di un passato ricco di attività di un popolo che da tanti paesi saliva in montagna a lavorare, all’ombra delle grandi abbazie, nelle varie attività di cui la montagna era dispensiera.

Sila Piccola - Frustuli di pece nera e terrecotte nel luogo dove una volta operava il forno di pece indicato dal Venusio

Nella Storia

Due tipi di testimonianze affiorano per affermare il fiorire dell’attività della produzione di pece in Sila: la toponomastica ed il documento storico.  

1) la toponomastica: esiste un fiume alle sorgenti del Tacina nomato Pisarello; il toponimo non è riportato dal Rohlfs né dall’Alessio. E’ presente però in Carte latine di Abazie Calabresi del Pratesi (1224) e in una carta geografica della Sila di Cosenza del 1685 (Antonio Galluccio tavolario). L’etimo più confacente é il greco-bizantino pissères = piceo, resinoso. Ma un altro fiume denunzia l’attività estrattiva della pece: “U’ Piciaru”;  

2) il documento storico: numerose citazioni in documenti ufficiali e in croniche storiche del passato parlano della preziosa resina organica prodotta in Sila;  alcune delle sottoelencate sono tratte da una pubblicazione a cura dell’Amministrazione Provinciale di Cosenza - la Sila: storia-natura-cultura- Edizioni Prometeo - Internet 2007:  

- Cicerone nel “Bruto” parla di uomini e servi che dai censori P. Cornelio e L. Mummio avevano avuto, nella Sila, l’appalto dell’estrazione della pece.

- Dionigi di Alicarnasso in “Antichità di Roma” parlando della Sila precisa che “La maggior parte di quegli alberi trasuda una resina molto pingue, e fra quelle note ai mercati, la più odorosa e gradevole, chiamata pece bruzia, da cui i romani traggono annualmente notevoli rendite”.

- Strabone in “Geografia” ammette che “I Bretti abitano l’entroterra di questo territorio. Vi si trovano la città di Mamertium e quella foresta che chiamano Sila produce la pece migliore che si conosca, detta pece brettia”.

- Plinio nella “Naturalis Istoria” ammette che In Italia le pece bruzia moltissimo si apprezza nella fabbricazione di vasi per il vino.

- Eccezionale la testimonianza di Scribonio Largo nell’uso medicamentoso della pece in antichità: (“Della pece bruzia”) “Questo condensato è piuttosto asciutto e specialmente puro, denso, dal profumo aspro: riscalda, ammorbidisce, fa uscire il pus, dissolve e cicatrizza le piaghe”.

- Ed ancora in medicina per Pietro Ruello: “Nella nomenclatura della Veterinaria, (la pece bruzia) è un fluido benefico più denso che defluisce dal legno avvolto dal fuoco e questa (pece) versata poi in caldaie di bronzo si condensa e si coagula”.

- Nella descrizione di Giuseppe Zurlo (giudice) in “Dello stato della Regia Sila” si riscontra che La Regia Corte, per la proprietà che vanta su l’aIberatura di tutto il Regno, vi ha il jus Picis  per diritto d’incisione, quindi la pece bianca (raffinata), vale carlini dieci a cantajo (kg 89 circa), la pece nera (grezza) carlini cinque a cantajo. Ed ancora: “Il secondo Corpo delle rendite della Regia Sila nasce dal jus Picis, dal quale se ne ritraggono somme non indifferenti.

- In un registro dei “relevi” del ‘600 della famiglia Caracciolo, una delle ultime feudatarie, così é riportato: “Fra i corpi di Policastro è denunziato in detto relevio un forno di pece nera ed un caccavo (recipiente pastorale) di pece bianca prodotte in montagna e precisamente in contrada Macinello (Petilia Policastro di D. Sisca).

- In un altro documento riportato in Internet (Area Locale) da Andrea Pesavento viene riportato nel capitolo Vita economica del Monastero nel Settecento (Calabromaria): “Così ai monaci rimasero sulle difese di Tassito, Caprara, Caprarella e Trepidò Sottano solo il ius picis ed il ius granetterie”.

Se la Sila é stata oggetto di rapina nell’età romana, nel tardo antico e nel medioevo, con i Franco-napoleonici ed i Borboni è stata oggetto di un vero assalto di conquista. Oggi la montagna, rinvigorita, è dispensiera di risorse che danno luogo a varie attività economiche, ma la pece è ormai largamente superata dalle resine sintetiche.

                                                                                              Francesco Cosco