Santuario della S.Spina: sorprendente scoperta NEL PORTALE E’ INCISO UN CODICE MAYA-CRISTIANO
Petilia Policastro - Santuario della S. Spina
E’ da premettere che il Santuario é stato titolato almeno per tutto il ‘500 ed il ‘600 a S. Maria delle Grazie; vi insiste infatti una statua marmorea del 1554 titolata a “Santa Maria de la Grazia”, mentre in un manoscritto del 1582 di frate Antonio Cerasari é riportato: Conventus Sanctae Mariae de Gratys civitatis Peteliae. Il portale reca incisa nella sommità la data del 1699, e risponde egregiamente per le sue incisioni alla titolazione sopra accennata. Quali i soggetti artistici in esso rappresentati? Sono emersi, in verità, sorprendenti elementi, che, penso, getteranno una luce nuova, ancor più esaltante, sul Santuario e sulla sua storia millenaria. Tutto ciò che è inerente la “grazia” e che può essere tribuito al popolo dalla benevola concessione della Vergine delle Grazie, é rappresentato nelle incisioni della calcarenite, ma i soggetti iconografici sono al di fuori di ogni immaginazione: oltre ai frutti della prosperità agricola a cui una popolazione povera possa aspirare, sono presenti simboli e deità del “pantheon” maya. Quali i motivi e la validità dell’accostamento allegorico?
Parte alta del portale
Viva sorpresa: strana la simbologia del portale
Insieme ad alcuni angeli e al giglio spagnolo, nelle lesene, nello stipite e nell’architrave del portale sono rappresentati numerosi frutti dell’agricoltura: l’uva, le pere, le melanzane (?), le melagrane, legate a fasci e scese giù da angeli benefattori, ma sono rappresentate anche divinità maya. Un sottile parallelismo sembra, dunque, collegare la Vergine delle Grazie agli dei benefattori della prosperità e del mondo vegetale centro-americano precolombiano. E perchè il riferimento da parte dell’artista alla civiltà maya ed azteca? La risposta é semplice: perché gli anni a cavallo del ‘600 sono quelli in cui le flotte europee, dopo Cortes, veleggiavano per le Americhe e ne scoprivano non solo l’arte e le tradizioni, ma anche le ricchezze ed i territori ricchi ed inesplorati di un mondo nuovo ed affascinante: miraggio collettivo, prospettiva di sogno per una società di diseredati e, come tale, grazia da richiedere alla Vergine.
Gli dei aztechi e maya della vegetazione e della fertilità al servizio della fede cristiana.
Ma non sono finite qui le sorprendenti scoperte inerenti un portale dedicato alla Vergine delle Grazie in cui sacro-cattolico e tradizione religiosa centroamericana si intrecciano a codificare l’urto, ma chè dico, la fusione di due civiltà, con l’accettazione del credo cristiano contrassegnata, però, da una iconografia relativa a profonde e radicate tradizioni Azteche e Maya. La prima scoperta eccezionale é il fatto che la gran parte delle immagini scolpite sulle lesene del portale del nostro Santuario sono al centro di viluppi vegetali che rappresentano e sostituiscono le originarie spire serpentine della tradizione maya. Ed anche in questo caso vi é una risposta plausibile: la credenza religiosa azteca si basava su un particolare dualismo: il dio Tezcatlipoca, creatura del male che lottava contro la luna e le stelle e pretendeva sacrifici umani per vincere la sua diuturna lotta, ed il dio Quetzalcoatl, il serpente piumato, divinità simboleggiante l’unione del cielo e della terra, che non pretendeva violenza ed era dio della vegetazione e della fertilità. Il suo culto fu assimilato anche dai Maya ed alle sue spire si rifanno le nostre immagini il cui autore ha però preferito dare un senso più marcatamente vegetale.
Stile rinascimentale del portale
Una incredibile iconografia L’immagine presente sul tamburo mediano della lesena destra, nella sua interezza, propone il Ceiba, o “l’albero cosmico maya”, ancor meglio “l’albero della vita”. E’ ritratta la seguente scena: in alto é rappresentata una divinità celeste, alata, propria della prosperità agricola e vegetale: testa tonda come il sole, copricapo tipico precolombiano con due code di capelli pendenti lateralmente; al posto delle braccia ha rami e, al posto delle mani, mazzi di frutta matura; al posto dei piedi si diramano viluppi vegetali. Tale divinità, secondo la tradizione, é il Cielo maya rappresentato dal serpente piumato Kukulcan (il Quetzalcoatl azteco). Trattasi di una divinità molto venerata dai precolombiani, dio della fertilità, donatore del mais agli uomini, simbolo della morte e della resurrezione; rappresentava per le culture del centro-america il principio cosmico del duale: la terra del serpente ed il cielo dell’uccello, riuniti in un' unica simbologia; l’immagine presenta infatti in alto ali mentre il corpo si sviluppa sulla terra in spire vegetali. La seconda testa, alla base dell’albero, appartiene ad uno dei signori della notte, dio dell’oltretomba: ha tratti di un vegliardo dalle guance infossate e rugose ed un bordino oftalmico tipo occhiali. Ma questa testa scarna, orribile, ha del buono, o meglio, svolge un suo ruolo positivo. E’ ornata da foglie lanceolate, in antitesi alla frutta del dio celeste. Appare con la bocca aperta, ed ai lati dell’unico dente centrale, dalla cavità orale si dipartono due rami radicali, prima scarni poi divengono ramificati. Tale figura per immagine ed attribuzioni é simbolo di morte ed allora impersona nello stesso tempo un’altra funzione riscontrata nel testo sui Maya-quiché titolato il Popol Vhu: “affinchè il seme dia germoglio, bisogna sotterrarlo e lasciarlo lavorare, come un cadavere”. Vi é un’altra caratteristica che accomuna le due immagini, sono uniti da un sottile cordone ombelicale, il che completa quanto descritto nella cosmogonia maya: un albero unico che ha radici sottoterra, nel “limo primordiale”, si espande quindi sul terreno per innalzarsi nel cielo. Dal corpo del Dio superiore si snodano spire vegetali che avviluppano sulle pareti laterali del tamburo due giaguari alati, rampanti, un maschio ed una femmina, dalle mammelle gonfie, che avevano fatto pensare in un primo tempo a scene dell’Apocalisse. Ché rappresentano? Divinità o animali? Se i due personaggi dal volto umano si possono accostare, come anzi detto, al “mito” della teogonia maya del “serpente piumato”, il giaguaro é immagine consueta del loro universo metafisico: si configura infatti come un essere divino abitante il mondo sotterranero rappresentato sempre insieme ad una ninfea, il primo fiore emergente dall’oltretomba. “Se da un lato il giaguaro era connesso alle guerre, dall’altro era colui che aiutava i defunti ad attraversare il mondo sotterraneo, di modo che potessero completare il viaggio verso la reincarnazione” (Owusu – I simboli maya, inca ed aztechi). E’ incredibile come questo ruolo sia descritto minuziosamente nella nostra lesena: se ben si pone attenzione i due giaguari emergono dal limo primordiale con le zampe posteriori ancora, in parte, in esso immerse ed intorno ad esse si vedono galleggiare le larghe e rotonde foglie del “nenufar” (nynphaea odorata). E perché di sesso diverso? C’é da ipotizzare che, emergendo, oltre a rappresentare la salvezza si adeguano ad un mondo di fertilità e di rigenerazione. Compaiono incisi anche sul coperchio tombale di Pakal II a Palenque. Anche l’albero della vita maya é in tema con le funzioni da attribuire alla Vergine delle Grazie: esso per i precolombiani rappresentava l’unione tra il cielo e la terra e simboleggiava la crescita del cosmo e la guarigione!
Tamburo della lesena di destra con deità maya
Iconografia “monoteista” nel tamburo di sinistra?
Nel tamburo di sinistra altre sorprese: una deità in posizione centrale, anch’essa depositaria della facondia vegetale, sovrastata da una coppa colma di frutta, emana spire vegetali che dividendosi in quattro viluppi avvolgono ognuna il capo di quattro animali tipici del Centro America, simbolici e molto ricorrenti nella tradizione iconografica maya: la testa piumata di un pappagallo arara, quella di un giaguaro, poi di un avvoltoio, ed infine di un cervo. La centralità dell’immagine umana in mezzo alla natura e con la coppa colma di frutta in testa invita a considerare (ma é solo una ipotesi) che trattasi del Dio cristiano nella sua funzione di creatore del mondo animale e vegetale, quindi anche del benessere, però rappresentato con tutte le connotazioni iconografiche tradizionali maya. E perché quattro animali posti in quadrilatero? Per la rappresentazione dei punti cardinali, elementi ricorrenti e di essenza divina nella cultura precolombiana. Con tale immagine l’allegoria iconografica del portale sembrerebbe raggiungere il culmine in quanto il parallelismo tra i due tamburi sembra evidente: se da una parte l’albero della vita maya esprime la “crescita del cosmo”, dall’altra la centralità di Dio nella natura esprime più compiutamente la “creazione”. E’ possibile, comunque, che vi siano altri sensi allegorici da cogliere tra i due tamburi e non è detto, comunque, che da un prossimo convegno sull’argomento, che si prevede imminente, non emergano elementi chiarificatori in merito.
Animali centro-americani sella lesena sinistra
Una scena di vita familiare maya sull’architrave del portale
I due bambini posti sull’architrave non hanno ali, ma prolungamenti arborei secondo una visione già nota nei portali seicenteschi. Ma in questo caso, anzicché indicare la data di costruzione (il riquadro é rimasto liscio), partecipano alla guisa di angioletti ad una scena di vita familiare che manifesta usanze radicate delle popolazioni maya e note fino in fondo all’anonimo artista: offrono le “tortilla”, cioé gallette di zacan, una pasta di mais, che una volta cotte su una lastra d’argilla riscaldata venivano conservate al caldo” (La civiltà Maya – Ed. Zeus). E la scena mostra la cottura sulla prima lastra, quindi la tenuta in caldo su una seconda lastra, con relativi fuochi stilizzati. Le gallette, da paragonare al nostro pane, sono quindi offerte per concessione della Madonna delle Grazie a chi entra in chiesa; un bambino le prende ben calde con le mani, l’altro le invita.
Iconografia del portale: un codice relativo alla fusione del “pantheon” maya con la religione cristiana
Le immagini incise sul portale del Santuario sono da ritenere un “codice” a testimonianza originaria ed originale della fusione di due culture, frutto di un ecumenismo della Chiesa che abbracciava velocemente sempre più popoli; due diverse concezioni religiose s’incontrano: il monoteismo cristiano ed il pantheon centro-americano, quindi avviene l’accettazione della concezione religiosa cristiana ma con il mantenimento di iconografie e tradizioni indigene e le scene scolpite sulle lesene le contengono fedelmente. Perché parlare di “codice” per il nostro portale? Per il fatto che la sua fattura avviene nel preciso momento in cui c’é la fusione delle due culture e tutta una miniatura la codifica. Proprio nel 1697 caddero in mano spagnola, nell’interno dello Yucatan, le ultime città indigene. Il nostro portale riveste, dunque, una notevole importanza storica. Sulla realizzazione dell’iconografia si possono fare solo ipotesi, ad esempio la competenza culturale di un frate francescano già missionario in Centro America; oppure la fattura di artisti spagnoli tanto colti da esprimere con così agili allegorie la fusione di due culture. Ma dove fu scolpito? E quando? Non lo sapremo almeno fino a che non si stabilirà l’appartenenza degli stemmi esibiti dagli angeli posti alla base del portale (su uno insiste un piccolo giaguaro). E’ intuibile che non si sia trattato, comunque, di esibizioni esoteriche di artisti estrosi, come talvolta é avvenuto, per le sottili conoscenze delle civiltà precolombiane contenute.
Lesena di sinistra - giaguaro alato maya -
Iconografia supposta sul resto delle lesene
E del dio severo azteco? Sulle nostre lesene sembra riconoscerne solo una traccia: avendo, secondo la tradizione, una mano mancante, usava un artiglio di giaguaro come rappresentato sullo stipite del portale, ma il fatto che è sovrastato da foglie lanceolate indica che anch’esso è ritenuto forza operante del bene. Sono finite qui le allegorie sulle immagini rappresentate? Non sembra; ve ne sono altre ancor più misteriose da decodificare, tra cui una minuscola scimmia e due “spiritelli” nascenti da coppe colme una di foglie, un’altra di frutta; poi, sul fogliame del tamburo di destra, compare per ben cinque volte il glifo maya del tabacco il cui fumo era destinato, allora, esclusivamente a fini religiosi (cfr I simboli maya, inca e aztechi). Un dualismo iconografico, poi, governa tutto il portale: la frutta e le foglie; sembra originato dalla doppia mansione delle due divinità maya: il dio del cielo con in testa la frutta e il dio agrario del mondo sotterraneo con in testa le foglie. Sullo stipite é poi ripetuta per due volte la pianta del mais stilizzata.
Vivificare il mito
La considerazione da fare é che non c’é principio più appropriato di quanto é riportato in alcuni commenti storici sulla conversione dei popoli maya ed azteco al cristianesimo (Enc. Atlantica): “in Centro America lo stesso cattolicesimo rappresentante la religione ufficiale imposta, ha risentito a lungo delle antiche credenze magiche e religiose delle popolazioni precolombiane”. Basti pensare che i Bacab, quattro mitici geni protettori incaricati di sostenere il cielo, furono assimilati dai Maya alla cristianità come la Maddalena ed i santi Domenico, Giacomo e Gabriele (Ed. Zeus). Nei giorni scorsi padre Clemente, parroco del Quiché ha dichiarato: «Quando facciamo il segno della croce pensiamo al sorgere del sole verso il cielo e poi alla terra. Per noi è possibile comprendere la figura della Vergine Maria facendo un parallelo con il concetto di madre terra che ci nutre» (L’Avvenire, 11.1.06 pag.19). Lo stile dell’indigeno cristiano? Sembra proprio quello di “vivificare il mito tramite cui esprimere soggettivamente la fede in Dio”. Mi chiedo: vi sono altri portali in Calabria, o nel territorio dell’ex regno di Napoli, o in Spagna, con simili simbologie per ricercare le origini e gli autori di tali meravigliose opere in cui l’arte s’intreccia con la fede ma anche con la Storia?
Francesco Cosco
