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LA PRESENZA EBREA NELL’ ENTROTERRA PRE SILANO E NEL MEDIO JONIO

PAGINE STORICO ANTROPOLOGICHE NEL CROTONESE:

Sono numerose, fra  il X secolo a.C. ed il  XVI secolo d.C. le tracce della presenza degli Ebrei nella Calabria orientale e nel  Crotonese ed ancora ai giorni nostri, tracce di questa presenza al di là  ritrovamenti archeologici ed alle attestazioni documentarie, sono riconoscibili nella toponomastica, nel dialetto e finanche in alcuni cognomi. Se sull’avvento degli Ebrei in Calabria non sembrano esserci notizie certe, il loro esodo dal Sud italiano fu imposto nell’ottobre 1.541, allorquando il re Carlo V decise d’espellere mediante un editto tutti gli Ebrei presenti nel Regno di Napoli. Sino ad allora, secondo gli storici, il periodo più florido per la presenza degli Ebrei in Calabria era stata l’Età aragonese (1.442\1.502). In quest’età a dette degli storici, per esempio, nella città di Crotone su 450 fuochi 58 erano ebrei  per origine. Un altro periodo certamente felice per le colonie ebree nel Crotonese e nell’intera Italia meridionale era stato quello della dominazione sveva.  Infatti, Enrico IV e Federico II incoraggiarono la presenza ebrea nel proprio Regno.  Fra il 1.444 ed il 1.447, gli Ebrei stanziati in Calabria ricevettero numerose concessioni da parte d’Alfonso il Magnanimo che, oltre a concedere vari diritti alle Comunità ebree di Crotone, Cirò e Taverna, decretò che gli Ebrei di Tropea fossero equiparati, per il fisco, ai Cristiani. A Crotone, la zona cittadina che secondo lo studioso Cesare Colafemina autore del saggio “Per la storia degli Ebrei in Calabria”, ospitò la colonia ebraica era situata nei pressi dell’attuale parrocchia di santa Maria Prothospatariis.  Sempre secondo Colafemmina, nell’Età aragonese re Alfonso approvò una richiesta inviatagli dall’università cittadina “in cui si chiedeva che gli Ebrei annoverati come cittadini fruissero di tutte le garanzie, franchigie, immunità e libertà di cui godeva la stessa città di Crotone”.  

Ancora nei pressi della Costa jonica, una nutrita presenza di Ebrei è attestata nel territorio compreso fra Cirò e Cirò Marina dove, per esempio, alcun tracce ebraiche sono riconoscibili nei cosiddetti “Mercati saraceni”. Per la cittadina di Strongoli lo storico Salvatore Gallo ha scritto, nel saggio “Vecchio campanile”,     una lapide del XV secolo ritrovata in contrada Catena nel 1954 in cui è scritto “questa è una lapide dell’illustre signore, maestro Leone medico figlio di Clemente morto nel 5.201, 1.441 dell’Era volgare. L’Eden sia il suo riposo”. Con un atto stilato dalla corte di Napoli datato 17 settembre 1493, inoltre, si intimava al capitano della città di concedere “ ali dicti iudei et ad ciascuno de lloro che qualsivoglia università et altra persona che ali dicti iudei et ciascuno di de lloro de Venerdì santo o de qualsivoglia altro dì o nocte fossero petreate o altri insulti o iniurie, che casche in pena di ducati mille et altra pena in arbitrio di v. maestà reservata” ed ancora nel 1.872 fu stilato un atto notarile con cui, alla morte di Leonardo Giunti, i suoi figli ereditarono un fondo rustico denominato “Giudeo”.

 

 Santa Severina: il castello.

Per Santa Severina, “Sibarene” (raccolta dell’omonima rivista edita dall’Arcidiocesi fra il 1913 e 1927) offre  una descrizione abbastanza dettagliata di quello che fu il quartiere ebreo. Un articolo scritto da mons. Antonio Pujia, nel 1913 descrive così il quartiere ebreo: “con strada plana e scoscesa, cattiva d’inverno, si giunge in un luogo detto Fiera, da dove si prende una salita malagevole per salire a detta città, indi si giunge sotto la porta, dove v’è una conetta sopra un mottetto, volgarmente detto “Timpone dei Giudei”; poco più avanti vi si trova una strada, inselicata di pietra viva, per la quale si arriva alla porta della città”. L’articolista aggiunge, inoltre, che a Santa Severina esistette “un rione detto de li Giudei con sinagoga, officine e via”.  Da parte sua, lo storico Oreste Dito, nel saggio “La storia calabrese e la dimora dei Giudei” per Santa Severina osserva che “nel 1.308 la gabella della tintoria fu data in fitto a Matalluso giudeo per l’annuo canone di 8 tarì. Agli Ebrei poteva essere affidata una pubblica gabella e quel Matalluso giudeo ed i suoi correligionari dovevano, a Santa Severina, esercitare la tintoria ed avere non poca parte nel traffico della città”.

Petilia Policastro: portale del palazzo Ferrari

La cittadina di Petilia Policastro ebbe anch’essa un importante presenza ebrea. Tracce architettoniche ebraiche ancora oggi sono riconoscibili nelle merlature del portale della famiglia Ferrari attiguo alla chiesa matrice di san Nicola pontefice poco lontano di quello che fu il quartiere giudeo. Questo era situato nei pressi dell’antico complesso di santa Caterina di cui faceva parte l’antica sinagoga divenuta successivamente la chiesa di san Pietro. Questa chiesa costruita su pianta ottagonale, essendo stata sconsacrata da tempo, fu completamente inglobata nel palazzo comunale nel 1949, essendo sindaco l’avvocato democristiano Luigi Carvelli. Nei suoi pressi, comunque, era situata  una delle porte cittadine ed una viuzza che scende verso la campagna è chiamata ancora oggi “Porta giudaica”.  Altre tracce della presenza ebrea sono rappresentate, a Petilia Policastro, da alcuni cognomi che, almeno fino agli anni ’30 dello scorso secolo, erano scritti in maniera diversa. Stiamo parlando del diffuso cognome Ierardi un tempo Jerardi e Mazzuca un tempo Mazzuka. La trasformazione di questi cognomi avvenne probabilmente nell’età del regime fascita quando divennero realtà anche in età le leggi razziali. Altri cognomi che sembrano avere origini ebree sono Aiello e Mascaro. Quest’ultimo sembra provenire dallo Spagnolo “mas caro” nel significato di più caro (a Dio).  

 Nell’Entroterra dell’alto Crotonese, testimoniano una fiorente lavorazione giudea di ceramiche, databile al dominazione normanna, alcuni reperti archeologici come una coppa ritrovata a Caccuri. Su questa coppa, conservata nel Museo archeologico di Reggio Calabria,  venne artisticamente dipinto un gallo con alcuni nastri intorno al collo. Si tratta di una raffinata opera risalente al XII secolo che gli studiosi collegano a qualche scuola di ceramisti siciliani d’ascendenza “iranico sasanide”.  Se si guarda ai tanti contributi dati all’economia calabrese ed alle tracce  architettoniche ed artistiche nell’intera Regione dove, solo per fare un esempio, sinagoghe furono trasformate in chiese; non si può che condividere il pensiero del francescano fr. Francesco Russo che, nel saggio “Storia della Chiesa in Calabria dalle origini al Concilio di Trento”, scrisse che “Cacciando gli Ebrei dal Regno di Napoli non solo fu commesso un atto d’intolleranza, mentre il Papa li accoglieva in Roma, ma hanno anche recato un colpo fatale all’economia d’Italia meridionale e della Calabria in particolare. Né per questo cessò l’usura che fu esercitata dai Cristiani o sedicenti tali che non furono meno esosi e spietati degli Ebrei.  La Chiesa ancora una volta intervenne non solo per condannare l’usura, sotto qualsiasi pretesto si presentasse, ma ancora con l’istituzione e la protezione accordata ai Monti di pietà a favore dei meno ambienti”. Questi, sottolinea lo Storico francescano, ebbero il proprio culmine nel XVI quando, cioè, la presenza di Ebrei in Calabria era ormai un ricordo del passato.

                                                                                                      Francesco Rizza