Dalla celebre Abbazia di Corazzo l'origine dei toponimi Corazzo e Corazzello
Non sono toponimi nati negli ambienti di Crotone, o di S. Severina, o di Rocca di Neto, o di Scandale, né attribuzioni classiche di antica epoca magno-greca; nemmeno termini relativi al lessico latino di epoca successiva alle guerre puniche, fino a Cassiodoro. Sono infatti voci
Dalla celebre Abbazia di Corazzo
Le origini dei toponimi
Corazzo e Corazzello in provincia di Crotone
Di Francesco Cosco

I ruderi dell'abbazia di Corazzo nella valle del fiume Corace nei pressi di Soveria Manello.
Non sono toponimi nati negli ambienti di Crotone, o di S. Severina, o di Rocca di Neto, o di Scandale, né attribuzioni classiche di antica epoca magno-greca; nemmeno termini relativi al lessico latino di epoca successiva alle guerre puniche, fino a Cassiodoro. Sono infatti voci di importazione extraterritoriale del XII° secolo. Ed ecco in breve la loro origine storica. Nel 1060 circa veniva fondata a nord di Lamezia Terme, nei pressi dell'abitato di Castagna, oggi nelle immediate vicinanze del centro di Soveria Mannello, l'abbazia di S. Maria di Corazzo, probabilmente derivata dal monastero della Sambucina. L'individuazione etimologica del toponimo sembra legata al nome del fiume nel cui alto corso il cenobio insiste: trattasi del Corace ed il luogo dove l’abbazia sorse dovette essere nomato in origine coràceus che ebbe presto come esito, nel dialetto romanzo, Corazzo, allo stesso modo come Campìcei diede luogo a Campizzi (toponimo in agro di Mesoraca). Il rapporto che intercorre tra questo antico cenobio e le nostre contrade del crotonese, Corazzo e Corazzello, sarà di seguito evidenziato. Santa Maria di Corazzo, è stata fondata dai benedettini che insieme ad una grande basilica edificarono un complesso monastico di notevoli proporzioni. Presto però l'abbazia passò all'ordine cistercense (benedettini del Citeaux di origine francese). Il dodicesimo secolo fu periodo assai favorevole per tali aggregazioni religiose; i normanni elargivano alle abbazie beni immobili che esse sapevano ben governare e trasformare, e le consideravano veri e propri feudi. Il papato, alle spalla, insisteva perché maggior fortuna avessero le abbazie di rito latino su quelle di rito greco e la politica religiosa dei normanni mirò, gradualmente, comunque senza scosse e violenza, ad assecondare tali fini. Clemente III nel 1189 attribuì all'abbazia cistercense del Frigillo in Mesoraca le grange basiliane di S. Maria di Cardopiano, di S. Giovanni in Monticelli e di S. Demetrio, tutte in agro di Petilia Policastro a cui, successivamente, Federico II° aggiunse i territori Silani di Ciricilla e Caput Tacinae. Gli svevi, infatti, proseguirono nella politica normanna di elargizione di beni a favore di tutti i cenobi calabresi; la stessa Costanza D'Altavilla concesse a fine XII° secolo all'abbazia florenze, già ricca di territori montani, la tenuta di Vallis Bonae in Sila (Pratesi). Diplomi imperiali e bolle papali spesso poi riassumevano e riaffermavano, per tutela legale, i beni delle abbazie. La fortuna di Santa Maria di Corazzo ha inizio già dalla metà del secolo dodicesimo, abbate pro-tempore era Giocchino da Fiore (poco dopo il 1162), prima che fondasse l' abbazia florense suddetta. Qui, il famoso abate sembra abbia meditato i principi delle sue teorie, tanto discusse, e si diede da fare perché i lasciti di privati e le elargizioni imperiali venissero codificate in atti pubblici. I numerosi ruderi dell’abbazia nella valle del Corace, che meritano essere ristrutturati e riattati a moderno Cenobio, una volta erano centro di fede, ma anche sede da cui abbati famosi amministravano le loro grange e terreni posti anche a notevoli distanze fino a Strongoli, sullo Ionio, organizzavano le trasformazioni fondiarie dei terreni incolti, e le tecniche per far fruttificare i pascoli, ma provvedevano anche al commercio di tutto ciò che le loro aziende producevano: doveva persistervi il febrile fermento di una azienda moderna, pur essendo il sistema economico legato a schemi "curtenzi". In quell'epoca vigevano perfino raggruppamenti di monasteri sotto il controllo di un abate feudatario, detto "visitatore" (Brasacchio), il tutto voluto dai normanni per la trasformazione fondiaria ed il rilancio dell'economia, mentre l'ubicazione delle abbazie da essi fondate non solo rispondevano a fini religiosi, ma anche politici, militari ed economici. Erano, insomma, tenute in gran considerazione dagli Altavilla, se nell'abbazia di Santa Eufemia seppellirono le spoglie mortali di Fredesenda, loro madre. Il prestigio dell'abbazia di S. Maria di Corazzo accresciuto già per merito di Gioacchino da Fiore raggiunse il massimo splendore sotto l'impero degli svevi. Nel 1195 Enrico IV° le riconobbe il diritto di pascolo di ben 2000 pecore nel fondo Buciafaro in territorio di Isola Capo Rizzuto. Nel 1225, Federico II° di Svevia, in virtù della legge "de resignandis privilegis", con cui riaffermava le donazioni operate nella sua minore età, ai numerosi beni già in possesso dell'abbazia concede all'abate Milo 1) "libera pascua pro animalibus ipsius monasterii tam in tenimento Campi Longi quam in tenimento Sacchini et Castellorum Mariis" - 2) i fondi Foca e Castellace in agro di S. Severina, 3) il fondo alberato detto Sucarello in agro di Cutro. Ma qualche mese prima Federico II° aveva già concesso a quell'abbazia, in perpetuum, il tenimentum di S. Pantaleone in territorio di S. Severina; nel diploma imperiale ne sono descritti minuziosamente i confini, elencate le clausole di sfruttamento e le garanzie contro eventuali azioni di disturbo (Brasacchio). Il fondo, di grande estensione, andava da S. Severina a Scandale ed arrivava fin quasi al fiume Neto ove tuttora esistono due contrade Corazzo e Corazzello toponimi derivati dal nome dell'abbazia a cui otto secoli prima erano appartenute.

Sopra la basilica, sotto una veduta dei vasti ruderi dell'abbazia di Corazzo
