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GIUSEPPE FERRARI: L'UOMO, IL POETA

Pianificando la stesura del Vocabolario Etimologico del dialetto della provincia di Crotone mi è stato indicato quale potenziale fonte per l’area linguistica del ciromarinense un poeta dialettale, tal Giuseppe Ferrari

GIUSEPPE FERRARI:

l’UOMO e il POETA

 

Giuseppe Ferrari

Cultore dell’idioma di Cirò

Pianificando la stesura del Vocabolario Etimologico del dialetto della provincia di Crotone mi è stato indicato quale potenziale fonte per l’area linguistica del ciromarinense un poeta dialettale, tal Giuseppe Ferrari. Ho le sue pubblicazioni che studio con passione. Bellissimo il dialetto di Cirò, dalla particolare “brevitas”, ricco di vezzi fonetici, di particolari caratteristiche morfosintattiche, alcune simili all’idioma di Crotone, qualche fonema tratto dai linguaggi salentini; ma per molti lemmi ha una veste individuale in cui poco ha frugato il prof. Gerard Rholfs. Il linguaggio del Ferrari é molto articolato e ricco di voci arcaiche. Gli telefono compiaciuto per la sua “verve” e mi ritrovo l’uomo cordiale, entusiasta per ogni iniziativa culturale. In un caldo pomeriggio del luglio del 1998 capito in Cirò Marina, vado in via Kennedy e gli faccio visita. Un abbraccio caloroso, un dialogo concitato, lungo, sull’ethnolessema ciromarinense di cui è cultore; emerge la sua competenza, la sua personalità poetica, il suo profondo culto per la famiglia.                                                                                                  

 

La lezione del Ferrari

Il suo testo “Penzeri picculi e penzeri ranni” occupa un posto importante nel Vocabolario Etimologico: oltre al lessico caratteristico dell’idioma di Cirò, alcuni passi sono così rappresentativi del linguaggio e del pensiero della sua area linguistica che sono stati riportati per intero nel testo. Ferrari, erede della civiltà del suo tempo, la ripropone ai giovani tramite la poesia, non per continuare a viverla con i canoni del passato, ma rimodellata e genuina, al vaglio critico dell’uomo moderno. Nei suoi scritti, all’idioma ed alla cultura dei padri, somma la sostanza della sua cultura; quindi aggiunge le esternazioni  frutto di sentimenti personali ispirati ad una profonda comprensione per i problemi dell’uomo. Il treno che si allontana colmo di umane vicende nel bene e nel male diviene un “punto affumicato”, espressione di  grande tristezza. Il soldato é colui che “campa o mora” ed in questa ineffabilità il Ferrari si schiera per la pace. E la Domenica? Era talvolta il giorno in cui, in casa di diseredati la mamma diceva ai bambini “fighjcé, oj se mancia” , circostanza che profuma di famiglia anche se in clima di indigenza. Emergono, dunque, dalle sue poesie gli aspetti multiformi di personaggi semplici, con i loro sentimenti e debolezze. Ma egli canta anche il riscatto degli umili dai soprusi di un assetto sociale che approfitta dei diseredati. E si pone quale loro paladino. Ma se pur esprime un profondo pessimismo sull’ordine sociale, ne lascia intravedere un futuro riscatto; ed in questo travaglio di sentimenti, che affaticano l’uomo, ma pur alimentano il pensiero del poeta, è manifesta la sua ansia ed il desiderio di rimodellare il presente sull’esperienza del passato. Ho riportato nel Vocabolario, per intero, la poesia in vernacolo titolata “Menzuculu”, gioiello metrico in ottenari a rima libera, nell’idioma ciromarinense, in cui le potenzialità espressive del poeta mettono a nudo una società ingiusta, forse quella presente nei ricordi della giovinezza del poeta, in cui i potenti godevano a danno degli umili:  

S’u crapettu ‘a scjampagnata

s’é gudutu nu latrunu,

chini é statu? Capasunu

ccu ra panza ‘a nu ritunu?

No, é statu Scatriatu

‘U nnu vidi quanti pili

nti mustazzi s’é lassati!

 Una profonda tristezza in questi versi del Ferrari, per la rinuncia ad un ordine sociale ideale, ad una “giustizia” più giusta; e l’epilogo conferma il destino amaro della povera gente:

Eccussì và sempre ‘u munnu:

ppè l’affrittu un c’é speranza

a ragiuna è du potentu

ca va’ šcarricannu i ‘mbrogghj

subb’i spaddi du pezzentu!

 

L'identità della memoria (Pubblicato dopo la morte del poeta)

La comprensione per le debolezze umane

Ma chi ha conosciuto il poeta sa che in Giuseppe Ferrari, aldilà del pessimismo per la giustizia sociale c’è la comprensione per le debolezze umane, una segreta speranza di futuro riscatto. “In fondo siamo tutti vittime del sistema”. Altrove infatti rappresenta il prepotente che manifesta dapprima gli istinti peggiori, poi desiste per una forza interiore di cristiano pentimento che lo fa sussultare. Infine trema  per la prospettiva di una giustizia divina che inesorabilmente lo attende:                          “Culinuru t’è fatti e culinuru ti voj

  e n’apparamu i cunti quann’arrivi”                                                                               E dalla sua esigenza di denuncia morale, che talvolta insorge vigorosa, e per cui lo si potrebbe additare all’ultimo dei neorealisti, più spesso egli passa a cantare la bontà, esternazione di un sentimento personale autentico di amore per il prossimo. Così, in altri suoi versi, dalle parole semplici, dalle immagini scontate, riviviamo la gioia di una vigilia di Natale in una armonia di felici sensazioni di serenità, di intimità familiare, di fede Cristiana fino alla prostrazione; momenti che, per averli descritti con tanta passione, il poeta ha certamente vissuto:                 

‘A jjùrni si frijini i crispeddi,    

 l'ogghju scattarìa subbu ‘u focu,                                                                                

si junciunu i famighj e su cuntenti                                                                           

 ‘E tantu bene e Diu a casa ordura,           

  grazza ‘aru Signuru ccu ra faccia ‘nterra.                                                                         E tutto è espresso in vernacolo dalle “inesauribili potenzialità”, dalla brevitas espressiva, dal lessico efficace. 

 

Pittura di Giuseppe Ferrari

L’Identità della Memoria

E l’ultima fatica del Ferrari? E’ stata pubblicata postuma per tenace volontà della sua famiglia e per cura di Simona che ha revisionato brillantemente il manoscritto intendendo completare il testo “l’Identità della Memoria” così come il padre “l’aveva concepito”: ed oggi appare come altro spaccato dell’arte di Peppino, conclusivo, validissimo. La prosa, in lingua italiana, ma con numerosi elementi in vernacolo, è avvincente: é degna, per il susseguirsi febrile ed appassionante delle azioni e per la drammaticità con cui talvolta è descritta la realtà legata al suo habitat socio-ambientale, di essere comparata a molte delle migliori opere narrative del novecento. In primo piano aleggiano i  sentimenti dello scrittore, una manifesta meditazione religiosa, la sua compartecipazione alle vicende umane e l’amore per la sua Cirò Marina. Ma ho accennato solo ad un aspetto della poliedrica dimensione dell’uomo e del poeta Ferrari, omettendo il Ferrari maestro, o il pittore, o il profondo esperto di tanti risvolti antropologici della società del suo tempo.         

                                               Francesco Cosco

            “Comitato di Dialettologia: Lingua e Parola nel Crotonese”