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P.Policastro - Sacra Spina: un processo di autenticitą in clima di controriforma

Petilia Policastro LA SPINA DELLA CORONA DEL NAZZARENO: un processo cinquecentesco d'autenticità in epoca di "Santa Inquisizione".

di Francesco Cosco

Sommario:

L'inizio della venerazione di massa della Sacra Spina in tutto il Marchesato cade in piena controriforma (V°, VI°, VII° decennio del XVI° secolo), epoca in cui tutto ciò che può essere in odore di eresia viene posto al vaglio dei tribunali dell'inquisizione, mentre viene celebrato, pontefice Paolo III°, il concilio di Trento. Anche la nostra reliquia viene posta rigorosamente al vaglio della Chiesa che intende accertarne l'autenticità. Nel 1573 l'arcivescovo di Santa Severina F.D. Santoro celebra un vero e proprio processo per stabilire se si tratti di una delle spine presenti in suolo francese (note in tutti gli ambienti), quindi chiarire come materialmente poteva essere giunta a Policastro e per volontà di chi. L'autenticitàha esito positivo. Due dei testi a favore sono membri e protagonisti del celebre Concilio di Trento: mons. Sertorio e mons. Orsini. Quest'ultimo era addirittura componente della commissione (vedi atti della XXV^ sessione), in quel consesso, addetta al riconoscimento per il culto e la venerazione di reliquie sacre.

I fatti

In un crinale montano della Sila Piccola che corre parallelo alla costa ionica, approdo preferenziale e sede, una volta, di pionieri achei, è arroccato, in posizione focale rispetto al territorio del Marchesato, un santuario, dal campanile trecentesco e da una chiesa ricca di tesori d'arte. Contiene la reliquia nota come "Sacra Spina" che nell'anno 1523, dalla Francia, fù portata in questo privilegiato angolo di natura nel verde intenso del castanetum. E' acclarato storicamente che la reliquia fu donata dalla regina Giovanna di Valois, moglie di Luigi XII° al suo confessore Dionisio Sacco, vescovo di Reims, originario di Policastro. Questi, in punto di morte, la inviò tramite il nipote e confratello Ludovico Albo al suo convento di origine: Santa Maria dei Frati in Policastro. Il santuario detto successivamente della "Sacra Spina" oggi è in auge, la reliquia è oggetto di venerazione in tutto il Marchesato, il posto è meta ininterrotta di pellegrinaggi e la sua presenza è segnalata su giornali e rotocalchi a tiratura nazionale; la curia vescovile di Crotone, che lo gestisce direttamente, lo ha eletto a sede territoriale del grande Giubileo del 2000 mentre il grande tetto, affrescato da Cristoforo Santanna, è stato posto in ristrutturazione dalla sovrintendenza alle belle arti.

Eppure a moltissimi sfugge che all'epoca dell'arrivo della reliquia a Policastro la chiesa fù molto cauta e l'arcivescovato di Santa Severina, in epoca di piena controriforma cattolica pretese che il riconoscimento della piccola spina facente parte della corona imposta al Nazzareno, fosse sottoposta ad un vero e proprio processo giudiziario di autenticità. La riforma protestante operata da Martin Lutero imperversava per tutta l'Europa, a Ginevra Giovanni Calvino aveva già fatto salire sul rogo il Serveto e presso il Concilio di Trento (1545-1563) la Chiesa di Roma, come contromisura, mirava alla moralizzazione di ogni anfratto della Chiesa nonché alla sua riforma in caput et membris. I tribunali della Santa Inquisizione operavano a pieno ritmo, le esecuzioni capitali erano all'ordine del giorno in tutte le città, feroci, talvolta sommarie e si imponevano i nuovi ordini religiosi, primo fra tutti la Compagnia di Gesù, che operavano contro ogni parvenza di eresia. E' in questo clima incandescente di "Riforma Cattolica" e "Controriforma" che opera il Santoro nell'indire il processo di autenticità alla sacra reliquia. Noi ne abbiamo desunto gli atti da una monografia (Cronica) scritta dall'arcidiacono mons. Diodato Ganini da S. Severina che riporta fedelmente l'iter legale del processo e la sentenza finale che fu registrata quale atto notarile; successivamente tale sentenza fu approvata dal sinodo diocesano e quindi la reliquia il 2.12.1573 fu ammessa ufficialmente al culto. Il Sibirene nel 1923 in occasione del 4° centenario dalla venuta della reliquia dal suolo francese pubblica a puntate tutta la Cronica del Ganini. Nel 1815 dopo "varia e minuta diligenza", il Ganini ritrova in seno all'arcivescovato di Santa Severina, erede della metropolia bizantina, una copia legale in pergamena degli atti redatti nel 1573 da mons. Francesco Antonio Santoro, l'arcivescovo che ha condotto una accurata indagine ed ha promosso un vero e proprio processo per acclarare l'autenticità della reliquia. Lo stesso Ganini, col senno di poi, ammette: "la grandissima devozione e la fede viva che si è riposta, da tutto il popolo di Policastro e dalla regione limitrofa verso la reliquia della S. Spina che si venera nella chiesa dei P.P. Minori Osservanti di quel comune ha suscitato (in quell'epoca) il generale *desiderio onde esaminarne l'autenticità.

Un ponte cinquecentesco sul Soleo per raggiungere il SantuarioUn ponte cinquecentesco sul Soleo per raggiungere il Santuario.

L’inchiesta

L'inchiesta del Santoro, per la sua impostazione sembra mirasse a riconoscere: 1) La provenienza ed il donatore della preziosa spina appartenuta alla corona del Signore (era solo certo a quei tempi che ne esistesse qualcuna in Francia);

2) Come avvenne fisicamente che la spina, da Parigi fosse stata recapitata allo sperduto convento di frati minori osservanti di Policastro.

Dall'esame obiettivo dei documenti emersi alla fine del procedimento processuale emerge che il Santoro ha mirato a raggiungere le finalità suesposte tramite i seguenti elementi:

- Le dichiarazioni dei suoi predecessori nel soglio arcivescovile severinate: mons. Giulio Sertorio e mons. Giovanni Batt. Orsini.

- La testimonianza resa dal rettore pro-tempore del monastero, padre Nicola Mauro, che acquisì per il convento policastrese la reliquia.

- la testimonianza resa da padre Tommaso Scandale da Policastro;

- La testimonianza del nobile Joannes Franciscus, vicedomino di Policastro;

- La testimonianza del nobile Joannes Franciscus Picculus, da Policastro;

- La testiminianza del sacerdote Nicola Misiano da Policastro. Noi intendiamo riproporle, almerno nelle dichiarazioni più salienti, per consentire al lettore la possibilità di concettualizzare l'iter del processo nell'intendimento del Santoro, il cui esito mira alla presa di coscienza (anche da parte nostra) dell'autenticità della Sacra Spina, se dubbio alcuno fosse rimasto.

Il Santuario dov'č riposta la Sacra reliquia, in Petilia Policastro  Il Santuario dov'è riposta la Sacra reliquia, in Petilia Policastro

a) L'arcivescovo G. Sertorio, riporta il Ganini, in una visita al convento della S. Spina, riconosce la spina come la stessa che gli aveva mostrato in Roma il padre Dionisio Sacco. Ne ordina dunque la venerazione. Il Ganini aggiunge che il Sertorio era uomo di grande erudizione, ambasciatore del duca di Ferrara c/o Carlo V° e poi presso Filippo II° e fu ""uno dei padri che intervenne presso il Concilio di Trento. Sapeva dunque trattare molto bene dello sviluppo della ragion canonica sulla verità e culto delle sacre reliquie"".

b) Il suo successore, mons. Giovanni B. Orsini, conferma che ne aveva vedute due simili, a Roma ed in Francia, quindi ne sancisce anch'esso l'autenticità. In sede conciliare con gli altri prelati aveva sottoscritto il decreto relativo al riconoscimento dell'autenticità delle reliquie da porre al culto, come è rilevabile dalla XXV^ sessione del Concilio di Trento; la sua testimonianza è da prendere decisamente per buona.

Le due assersioni sono prove a favore della causa dell'autenticità proprio per quanto riguarda il primo punto; ma il mons. Santoro và oltre e prosegue gli atti giudiziari del processo tramite deposizioni testimoniali dirette, capaci di provare il secondo punto prefissato, <Perché e chi portò materialmente la spina al convento di Policastro>.

Chiamò a deporre, tramite gli inquisitori della Curia il rettore pro-tempore (all'epoca) Nicola Mauro, di anni 100, il quale testimoniò sulla consegna alle sue mani della sacra reliquia:

c) Dixit: "C'era in questo monastero un Padre ch'era della Patria (originario di Policastro) e si chiamava Dionisio Sacco, valentissimo teologo e mandato a Parigi ad addottorarse dalli superiori, ivi fu facto confessore della Regina di Francia, dalla quale ebbe la Spina, in quel medesimo modo come essa la tenea per la migliore, che si avea scelto della corona de Cristo dentro un cannolo de oro massiccio ed essendo poi facto vescovo, detto Fra Dionisio venendo a rivisitare la Madonna del Velo si incontrò con uno frate dei nostri di questa medesima Padria (anch'essa da Policastro), parente suo stretto (quasi miracolosamente) che si chiamava fra Lodovico de Albo ed egli tornandosene in Francia menò con se detto Fra Lodovico e per il cammino esso Fra Dionisio s'ammalò e stando in fine de morte diede a Fra Lodovico questo cannolo, dicendoli che dentro c'era la spina, che insieme col cannolo di oro ci l'avea donata la regina de la Francia e che la volontà di esso, Fra Dionisio, era che si portasse in questa Chiesa dove fu vestito e fece la professione, e morendo detto fra Dionisio, fra Lodovico suo parente la portò in questa chiesa a tempo che io era Guardiano che sono gli anni cinquanta in circa e da me e da quelli frati che erano in quello monastero fu ricevuta con grande riverenzia e così è stata tenuta da quel tempo fino al presente, e al presente ancora si tiene in gran considerazione e detto fra Dionisio da me fu molto ben conosciuto, ed era uomo di Santa vita; . . . " (si omete il resto perché già riportato in un mio precedente art. sul Petilino). Si consideri che padre Nicola Mauro rende la sua confessione nel 1573, a 100 anni ed acclara che i fatti risalgono a 50 anni prima, ergo la Spina del Redentore perviene a Policastro nel 1523.

d) Quindi è la volta della deposizione di Tommaso Scandale da Policastro, sacerdote, di anni settanta il quale "interrogatus de supra dicta spina, dixit: "Io credo che sia da 50 anni che venne in questa città e proprio in questo monaterio di S. Maria de Policastro, uno frate Ludovico de Albo, alias Musca, et portò uno cannulo tutto di oro massiccio dentro del quale ci era una spina e per quello che appareva era di giunco marino et per quello, che si vedeva era tinta in punta di sangue e disse che ci la mandava fra Dionisio Sacco di questa città che era confessore della regina di Francia la quale spina fù ricevuta con grandissimo onore dal Guardiano che era allora frà Cola di Mauro, si ben mi ricordo, e d'allora questa reliquia è stata tenuta in grandissima venerazione da tutto questo Marchesato e lo dì della Madonna di mezzo augusto ce concorrono infinitissimi persone, per la grandissima devozione, che han, e io ho inteso che certi frati di questo Monasterio volsero sperimentarla e la posero dentro un bacile pieno di brascie ardenti, et la spina sine saltò, e questo l'ho inteso predicare da più, e diverse persone, e in più, e diversi luoghi della città. Di più ho inteso da padri degni di fede, che ha fatti molti altri miracoli et V.S. Rev.ma può vedere li voti e torcie che vi sono intorno, e ho inteso ancora, che ha sanato ciechi, e spiritati . . ."

e) Il terzo a deporre, giurando sul vangelo e il Magnificus Joannes Franciscus vicedomino della città di Policastro, di anni 70; anch'egli, "interrogatus de supradicta spina, dixit: "Io so, che li anni passati, che sono da 45 anni, in un secondo mi ricordo, venne in questa chiesa uno fra Ludovico de Albo di questa città e portò uno cannolo tutto di oro, dove dentro ci era una spina, c'apparea che avea del sangue precipue (soprattutto) in punta e dalli frati di questo monasterio fu ricevuta con grande venerazione, e dicea detto fra Ludovico che ci la mandava fra Dionisio Sacco di questa Città che l'avea avuta dalla regina di Francia, e cossì è stata sempre onorata, e venerata, e per quello che ho inteso ha fatto molti miracoli . . . e io ho inteso da bocca del S. Conte de Sancta Severina Galiotto Garrafa (da cui il toponimo policastrese Galijùatu) . . . che avea visto di questa spina grandissima esperienza, e ha sanato infermi, e spiritati".

f) Molto simile è la deposizione resa dal nobile policastrese Joannes Franciscus Piccolo di 60 anni di cui riportiamo solo alcuni elementi nuovi: ". . . Io sono stato procuratore di questa chiesa ed io ho visto che la moglie di Sai Pipino di questa città era spiritata e fu portata cqua e da poi si disse che venendo cqua sanò . . . et ci venne l'arcivescovo Ursino, et ho inteso da molti che venendo a visitare questa spina ordinò a tutti che fosse svenerata, et ordinò alli frati che la tenessero ben custodita, et con reverentia"

g) Il sacerdote Nicola Misiano, di 53 anni nella sua deposizione, oltre a parlare della "infinita devozione" delle genti del Marchesato, testimonia sulle affermazione, riportate nel punto "a" dall'arcivescovo Sertorio: "Et io mi riricordo che a tempo, che venne cqua mons. Sertorio, arcivescovo di Santa Severina volse vederla et andò fino al monasterio e vedendola disse che questa è vera spina ed è una di quelle di cui fu fatta la corona di Cristo et ordinò a tutti che la dovessero riverire".

Raccolte dichiarazioni e testimonianze il XX luglio 1573 l'arcivescovo Santoro di Santa Severina, il suo generale vicario don Antonio Grignetta e tutti i testimoni stilano, come risultanza di quanto acclarato nel regolare processo, un atto di autenticità della sacra reliquia; Giuseppe de Rasis è il pubblico notaio e giudice ordinario che raccoglie l'atto su carta bombacyna e quindi su pergamena. Il sinodo diocesano approva il tutto il 2.12.1573 e da quel giorno fu finalmente e pubblicamente decretata l'autenticità e la pubblica adorazione della Sacra Spina, e così si legge negli atti. Due anni ed un mese prima di tale data la cristianità aveva ottenuto presso le acque di Lepanto la splendida vittoria contro la flotta turca. L'arcidiacono mons. Diodato Ganini conclude la sua monografia con una considerazione personale che oggi è ritenuta di grante attualità e coralmente condivisa: "Fa d'uopo che la Sacra Spina, venerata dal popolo di Policastro e che si conserva con la più viva devozione nella chiesa dei frati minori osservanti, non si dee venerare come spina, ma contemplare in essa la passione del Redentore".