Radici: Le storiche bizzarrie del clima calabro
Ma è proprio vero che le bizzarrie del nostro clima sono da imputare alle anidridi, agli ossidi, alle nubi di gas sprigionate da scarichi e da milioni di piccole bombolette sprai che esalano il loro venefico respiro nel cielo pari ad una miriade di minuscoli geyser ?
E’ proprio vero che una nube insidiosa di tali sostanze vela il cielo e provoca l’effetto serra? Gli esperti ne sono sicuri, ma la Storia con i suoi corsi e ricorsi fornisce esempi di bizzarrie meteorologiche che per la loro ricorrenza e periodicità ingenerano il seme del dubbio. La temperatura del globo cresce, i ghiacci si sciolgono, il livello dei mari s’innalza. E se si trattasse di un progressivo riscaldamento della crosta terrestre legato al processo inverso a quello che aveva ingenerato l’ultima glaciazione?

Mare prospiciente Punta delle Castella dove emergevano, a detta di Plinio, le isolette ormai sommerse.
Le isole di Plinio.
Innalzamento della temperatura equivale a innalzamento del livello del mare e quindi a sommersione di terre emerse; ed ecco una testimonianza indiretta di questa temperatura che inesorabilmente, piano piano, cavalca in ascesa le linee del termometro : non bisogna andare lontano per la verifica, rimarremo in Calabria, anzi proprio nella provincia di Crotone. Plinio il Vecchio ammiraglio di una delle flotte romane in periodo imperiale, patito osservatore di fenomeni naturali, scrittore tra l’altro di molte pagine di storia, nel corso del I° secolo d.C. fu nelle nostre contrade e ne descrisse il territorio. Parla ad un certo punto di cinque isolette esistenti nel tratto di mare da Capo Lacinio a Punta delle Castella, alla distanza, in media, di dieci miglia romane dalla costa: Meloessa, Dioscuri, Calipso (l' Ogigia di Omero), Tiris ed Eranusa. I rilievi geografici sono stati eseguiti dallo storico con accuratezza; l’ordine era di Agrippa. Della esistenza di tali isole, a parte la citazione di Plinio, fa fede una carta topografica della costa antistante Le Castella, redatta presso la corte di Solimano il Magnifico (XVI sec.), in cui ne sono visibili due. Oggigiorno, però, quattro delle cinque isole non esistono più, sono state sommerse. V’è ragione di credere che ciò sia avvenuto a causa di fenomeni naturali spiegabili scientificamente? Sembra proprio di sì. Per il Russel durante il 5° secolo d.C. vi fu un cambiamento di clima verso una fase più umida e calda; ciò avrà certamente influito sullo scioglimento dei ghiacci tanto che M. Hoffman ebbe ad affermare che il rialzo del livello del mare avrebbe provocato o aggravato il paludismo di molte zone costiere, con conseguente sviluppo della malaria. Il Brasacchio, tirando le somme, commenta che l’arcipelago delle cinque isolette non fu frutto di fantasia ma realtà geografica, e scomparve senza lasciar tracce proprio nel corso dell’oscuro periodo storico alto-medievale; al loro posto, come indicato nelle carte della Marina Militare, le “Secche di Capo Rizzuto”.

Punta Le Castella e Capo Rizzuto - cartografia turca del tempo di Solimano il Magnifico tratta dal libro di G. Valente Vita di Occhialì. Da notare (in alto a sinistra) la presenza di due isolotti (o secche?)
Le bizzarrie del Clima
Se la scomparsa delle isolette descritte da Plinio costituisce una testimonianza indiretta molte bizzarrie del clima calabrese, che potrebbero far sembrare eventi normali quelli che stiamo vivendo nel corso di questa lunga estate e dell’incipiente autunno, sono descritte e commentate minuziosamente da quelli che le hanno dovute subire, e la storiografia le riporta con dovizia di particolari. Sono bizzarrie relative sia alla siccità, che alle alluvioni. Alcune sono state desunte dalle indagini del Brasacchio, storico crotonese, e pubblicate in “Storia Economica della Calabria”, nella edizione curata da Gustavo Valente.
- Cominciamo dal Tardo Antico. Come già detto, il Russel riporta che durante il V secolo vi fu un cambiamento di clima verso una fase più umida e calda, tal quale, dunque, si sta verificando oggigiorno ed all’effetto serra attribuito.
- Passiamo quindi nell’Alto Medio Evo. Cassiodoro nelle “Varie” ci tramanda “un’annata di terribile siccità avvenuta tra il 507 ed il 511 durante la quale l’eccesso di aridità aveva indurito le viscere del terreno per troppo calore al punto che si ebbe un raccolto scarsissimo”.
- Nel secolo successivo Paolo Diacono, nelle Istorie Longobarde, accenna ad una catastrofica siccità cui fece seguito l’invasione delle cavallette.
- Lo stesso ci tramanda un’annata di eccezionali piogge tra il 672 ed il 676, al punto che non si poté effettuare il raccolto ed i legumi tornarono a germinare. Così si esprime: “Eo anno legumina, quae propter pluvia colligi nequiverunt, iterum renata et ad maturitatem usque perducta sunt”.
- Ed ancora lo stesso Paolo Diacono, lo storico dei Longobardi, testimonia successivamente di un altro anno di piogge catastrofiche così esprimendosi: “Post Noé tempore creditur non fuisse”.
- Sempre nell’alto medioevo si segnalano inverni così rigidi che anche i vigneti furono dappertutto compromessi: “Fuit autem tunc hiems rigida nimis, et mortuae sunt vites, pene in omnibus locis”
- Le annate 1009 e 1079 furono anch’esse particolarmente rigide e ricordate per gelate distruttive; di quest’ultimo anno si disse: “Cecidit maxima nix ex qua sicaverunt arbores olivae et pisces et volutilia mortua sunt”.
- Negli anni 1029 e 1065 in Calabria si verificarono calamitose siccità.
- Ma è da citare un’altra testimonianza indiretta commentata con giudizio critico dal Brasacchio: egli argutamente ritiene che le bizzarrie ed il cambiamento del clima non sono fantasie se poi si osservano elementi probatori molto evidenti: alcune zone tropicali mostrano i reperti archeologici di imponenti rovine come le città di Palmira, Bostra, Petra (decadenti tra il III ed il VII secolo d. C.); ciò testimonia che una volta si godeva in quella latitudine di clima favorevole ed agricoltura prospera. Oggi tutto è semi-sepolto nella sabbia.
Altri particolari eventi climatici sono citati da Padre Giovanni Fiore da Cropani nella sua voluminosa “Calabria Illustrata” curata dal Nisticò; di seguito se ne citano alcuni. Non mancarono, innanzitutto, episodi di disastri meteorologici locali come oggigiorno avviene:
· “1565: Pioggia a somiglianza di diluvio sopra la città di Nicastro, tanto che ingrossatone il fiume qual le scorre a’ fianchi, rovinò 300 case con la morte irreparabile di 18 uomini: disertò infinite possessioni quali seppellì sotto l’arene oltre 20 palmi (oltre 5 metri)”.
· Anno 1573, periodo di siccità così riportata “Non piobbe né di gennaio né di febbraio; pochissimo dal primo marzo alli 17, e da quindi rasserenò il cielo fino alli 6 giugno. Morì gran bestiame d’ogni specie”.
Ed ecco che dopo la siccità arriva il ciclo delle alluvioni degli anni 1578,80,81,82 che viene così descritto (sempre da padre Fiore):
· Anno 1580: “A’ 20 febbraio, venti cotanto validi che rovinarono muraglie e nelle campagne sbarbicarono alberi con danno di migliaia di scudi. Piobbe sempre dalla metà di ottobre (dell) fino alla metà di marzo dell, ed inde poi non si vide acqua fino a 20 gennaio dell’anno seguente. L’aprile dell si riscaldò come d’agosto, che poi si raffreddo il giugno, come il gennaio.
· Dopo tali bizzarrie, molto simili ai tempi attuali, fa seguito un ciclo di freddo intenso così riportato da Giovanni Fiore: anno “1600: a’ 24 gennaio, cadde nelle marine del Marchesato tanta copia di neve che la meno alta era di 4 piedi (oltre un metro), ne fu però osservata in altezza di palmi dieci (metri 2,60), onde morì gran bestiame e nelle montagne se ne perderono tutti li seminati”.
· “1604: A’ 22 dicembre pigliarono forza i freddi che ne restarono agghiacciati i due gran fiumi di Tacina e di Neto”.
Ed ecco nuovamente si presenta un ciclo di caldo torrido ed il tutto toglie alle bizzarie del nostro attuale clima ogni indice di straodinarietà:
· “1621: da luglio non cadde pur una sola gocciola d’acqua fino a’ 23 settembre e da quindi fino al 27 novembre, e sempre con caldi. A’ 21 settembre cominciò il male detto della canna (“canna della gola” - difterite), qual si portò molte migliaia di figlioli… ed era così fiero ch’in solo due giorni toglieva la vita”
· Nel 1667 accade un fenomeno eccezionale: “A’ 28 luglio, grandini così furiosi ed in copia, nel Marchesato, che se spogliarono gl’alberi, e le viti, non pure delle fronde e de’ rami; ma del frutto per più anni. Ne caddero uccisi gli uccelli con molti animali piccioli”.
Ed ecco cosa scrive nel 1721 il francescano Antonio Mannarino nella sua Cronica Della Celebre ed Antica Petelia detta oggi Policastro.
· “Così verso il 1673, 1685, 1694, 1705, (?) e 1710 del secolo corrente, quasi abbronsite l’erbe e le piante, nonchè le massarie, dal ciel fatto di bronzo in castigo de’ peccati degli uomini per comando divino... E parea, che Iddio si tenesse in cintola, le chiavi delle nubi, allorché venne interdetta per molti mesi col ritengo dell’acque la sua natural fecondia alla terra troppo inaridita”.
E veniamo a tempi più recenti:
- Anno 1935 disastrosa siccità nel Marchesato di Crotone.
- Anno 1953, in Calabria, catastrofica alluvione.
- Anno 1956, tra il sei ed il sette febbraio, sulla riviera jonica calabrese il termometro scese a 7 gradi sotto zero e molti oliveti ed agrumeti furono gravemente compromessi.
- Anno 1965 (ancora il Brasacchio), versante ionico della Calabria, si verificò una catastrofica siccità.
- Anno 1973, in Calabria, alluvione catastrofica rimasta tristemente famosa.
- Oggigiorno alluvioni e siccità non si contano più, il letto del Po era rimasto, durante la precedente estate, quasi a secco, il che, si disse, non succedeva da un secolo almeno; e si omette il commento su eventi catastrofici locali che pur hanno addotto numerose vittime, quali a Crotone, a Soverato!
Ponte ferroviario sul fiume Tacina. Edificato negli anni 20, fu in parte travolto dall’alluvione del 1973.
Alcune testimonianze.
Lo scorrere arido di date ed avvenimenti non rende però fino in fondo l’idea della drammaticità legata alle bizzarie del clima, che, nelle loro periodicità, apportano sventure. Val bene quindi riportare il racconto di alcuni eventi catastrofici espresso dalla viva voce di protagonisti, o figli di protagonisti. Giovanni Rosa, cittadino di Roccabernarda, paese agricolo posto nella valle del Tacina, testimonia due eventi; il primo in riferimento ad una particolare annata di siccità: “Corre l’anno 1935. La Provvidenza ritira il suo spirito dai nostri campi e tutto è sterilità, squallore, miseria… Non frumenti, non raccolti, non frutta ed ortaggi, non erba…” Ed ancora dello stesso autore in riferimento all’alluvione del 1973: “Là, dove prima spiccava tra il rosso ed il verde delle arance il giallo dei limoni é tutto un ammasso di fango e pietrame. Notte del primo gennaio 1973. Piove da tredici giorni. Il genio dell’esterminio si posa sulle acque del Tacina e del suo affluente Soleo e volto lo sguardo ai fiorenti giardini, dopo anni di lavoro, di privazione, di amaro sudore, ne fa segno alle saette del suo arco”. Più protocollare ma altrettanto drammatico è il discorso dell’on.le Salvatore Frasca in seno alla seduta parlamentare del 17 gennaio del 1973 sulle alluvioni in Calabria: “On.li colleghi, la situazione in cui si trova gran parte dei comuni calabresi è veramente desolante: pioggie torrenziali, venti fortissimi, hanno causato lo straripamento dei torrenti, il crollo dei ponti, la distruzione di centri abitati e di colture, l’interruzione di strade e linee ferroviarie ed, inoltre, la morte di sei persone. I dati forniti consentono di classificare il recente nubifragio tra gli eventi meteorici più intensi che abbiano interessato la Calabria nell’ultimo cinquantennio”.
Il protocollo di Kyoto
Le bizzarie del clima? Veramente numerose, inaspettate, insidiose, ricorrenti e mai ben monitorate nel tempo, almeno in passato, per la brevità della vita dell’uomo, per capirne ciclicità, causalità, motivazioni. Le testimonianze storiche sulla periodicità di eventi abnormi tenderebbero proprio a fugare le paure relative al tanto paventato effetto serra, ma gli esperti di climatologia ormai ne parlano come fattore scientificamente provato. Ed hanno ragione. Ed allora i princìpi che hanno ispirato il protocollo di Kyoto, anche alla luce delle risultanze del recente congresso sulla climatologia, non vanno veramente disattesi per il bene di una natura che, nonostante le bizzarie usuali del clima, messe in conto, preventivate, pur drammatiche, rappresenta un meraviglioso paradiso di “diversi fructi con coloriti fiori et herba”.
Francesco Cosco
