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VOCI SPECIALI DEL NOSTRO DIALETTO

Faccio seguito al mio primo articolo sulle voci dialettali con un altro termine, molto discusso ma che ci indica come talvolta la lingua ci propone voci con significati diversi, ma con una comune radice:

Voce greca calames = canna, arbusto dal corpo allungato; e sarà proprio tale forma che governerà in chiave semantica quasi tutti i termini che ne derivano:

Calamìa: toponimo in comune di Savelli per indicare una località con canneti;

Colamàru: termine dialettale pastorale (di quasi tutta la prov. KR) per indicare ricottine fresche e bislunghe a forma, quindi, di un pezzo di canna;

Calamàio: Presso i latini il Càlamus era un pezzo di canna con punta fessa usato (anche presso i greci), come la nostra penna, per scrivere su papiro o pergamena. Da questo si è originato Calamarius: sezione cilindrica di canna, astuccio, che, presso l’antica Roma, era collocato sugli scrittoi per contenere penne intinte d’inchiostro; il nostro calamaio, quale contenitore d’inchiostro, deriva da questo ultimo termine.

Calamàro: pesce marino dotato di vescicole piene di umore nero, tipo inchiostro, quindi così chiamato, fin dalla lingua volgare italiana, per analogia al calamarius latino.

Calamìta: pietra nera che attrae il ferro o che, bilicata, rivolge un polo a Nord. Deriva dalla radice calam (canna), perché anticamente, quella sostanza, per fare da bussola, si bilicava su una cannuccia su cui poteva più facilmente oscillare.

Calamità = rovina. Da calàmitas (latino), così gli antichi romani chiamavano una malattia dei gambi (cannucce) delle spighe, fenomeno tragico per l’economia contadina. Il termine divenne poi, presso gli stessi latini, sinonimo di rovina.

Esaminato tutto l’iter etimologico di questo lemma che affonda le radici nella lingua greca, viene da se che il linguaggio dialettale è di supporto alla lingua italiana e non ne ostacola l’acquisizione!