ORIGINI CRISTIANE in Calabria: Timpa dei Santi.
Un luogo straordinario
Timpa: è una delle parole più antiche del nostro linguaggio dialettale, uno dei pochi termini sopravvissuti dall'antico idioma ereditato dagli Ausoni: l'osco della prima generazione; Timpa dei Santi è invece un toponimo creato per segnare un luogo che testimonia l'antica origine della nostra fede cristiana.
E’ uno sperone roccioso nascosto in una serie di burroni degradanti verso il letto del fiume Neto; un sito ben nascosto alla vista degli uomini, eppure dista solo poche centinaia di metri dalla nazionale che da Cotronei si collega alla 107. E’ una collinetta, un cucuzzolo con i crinali a picco sul letto del Neto, là dove il fiume comincia la sua fase adulta. La rupe è rocciosa, granitica, frantumata. Mi fu indicata da lontano e mi avventurai alla ricerca degli antichi siti del Monachesimo greco. Alla base della collina non sembravano esservi accessi per andar su, ma ne trovai uno, l’unico, nascosto tra l’erica ed il lentisco, spostando i rami degli olivastri, in mezzo agli asfodeli, antichi pastorali contenitori per le ricotte. Fu opportuno essere molto prudente perché riconobbi l’habitat dell’aspis, diffusissima. Man mano salivo per il pendio, mi guardavo in giro: il paesaggio era proprio aspro, inospitale. Mi chiedevo se le informazioni fossero giuste.Una cripta in mezzo al verde
La visione della prima grotta è improvvisa, emozionante. Ho davanti a me la grande cripta, chiesa ipogea, dove il monachesimo italo-greco, almeno 1200 anni fa, celebrava le sacre funzioni. L'improvviso isolamento dal resto del mondo e la singolarità del sito trasmettono senzazioni particolari: chi vi si reca da turista può ritrovarsi pellegrino: il mistico silenzio concilia mirabilmente alla preghiera. Anche questo, come ebbi a dire per quello di Colle della Chiesa in Petilia Policastro, è uno dei pochi siti ipogei dove ebbe origine il seme del cristianesimo calabro, poi meravigliosamente attecchito. Da quei frati, carismatici e laboriosi, i nostri padri hanno appreso e divulgato la dottrina cristiana; quella fede anche noi abbiamo ereditato fino in fondo. Entro nella cripta, mi avvicino ad una nicchia centrale scavata nella parete di fondo e riconosco l’immagine del Pantocrator, il Cristo vincente, benedicente, con un’aureola in testa segnata dalla croce, la tunica rosso porpora, il colore della potenza, ma il volto ormai quasi del tutto sfigurato e non solo dall’azione erosiva dei mille anni e passa.
Un cenobio a picco sul fiume
Quell’immagine, affresco originario del monachesimo alto medievale, nel rito greco sostituisce, per simbologia, la croce del rito latino. I bizantini amavano rappresentare il Cristo nel pieno della sua immagine vincente, già risorto, al contrario dei latini che preferivano, e lo facciamo tuttora in tutto l’Occidente, rappresentarLo in croce, nel momento della passione. Un’altra pittura, quasi scolorita, rappresenta, nella parte destra del Cristo, l’arcangelo Gabriele; si distingue appena per via dell’ala destra; penso proprio che mi abbia aiutato ad intuire quell’immagine la conoscenza dell’uso consueto degli antichi artisti bizantini di rappresentare alla destra del Pantocrator, in più occasioni, il potente Arcangelo, tal quale nell’abside della chiesa di San Vitale in Ravenna. Sulla parete sinistra della grotta una icona, più piccola, ormai stinta, riconoscibile dalla originaria grafica in carboncino operata dal religioso-artista, rappresenta una madonna col bambino, la famosa “Odighiatria” (Colei che mostra il cammino), in quanto i pittori bizantini l’hanno sempre rappresentata simbolicamente con la mano destra aperta rivolta verso Gesù, posto sulle sue braccia a sinistra. Altre icone rappresentano altrettanti santi, ormai non più distinguibili, ma il tutto mi ha reso edotto sull’attribuzione a quella contrada del toponimo “Timpa dei Santi”. Ho lasciato, dopo un’attenta osservazione, la cappella oratoria e sono salito in cima alla collina. Ho trovato altre cinque grotte sull’orlo di un baratro di oltre 300 metri, quasi a picco su un’ansa larga e pietrosa del fiume Neto. In fondo, intorno al letto del fiume, gli ontani napoletani e gli olmi giganteschi sembravano minuscoli arbusti. Il sito desta senz’altro timore; eppure i religiosi italo-greci l’avevano scelto come habitat. La paura per le incursioni arabe che proprio nel IX secolo avevano avuto ragione del “Castra” bizantino di Sibirene, tenuto poi per oltre 40 anni (840 – 886), doveva essere davvero tanta! Una laura, così è da classificare l’insediamento rupestre di Timpa dei Santi, una laura del IX e X secolo, perché oltre alle grotte i frati anacoreti dovevano avvalersi di piccole capanne di fasciami di arbusti, tra cui l’alloro. Del resto la presenza di tante icone non lascia dubbi sulla tipologia ed epoca storica dell’insediamento: la presenza dei frati in quelle grotte è posteriore al Concilio di Nicea (IX secolo), dacché è sancita la fine dell’iconoclastia e la possibilità di ridipingere icone.
Una tomba tra gli olivastri
Un’ultima emozione mi riservava la collina: in cima, in mezzo agli olivastri, vi era una tomba, scoperchiata, con cocci di terracotta tutt’intorno. All’interno era visibile qualche piccola reliquia ossea; chi l’ha profanata sarà stato lo stesso che ha assestato quattro picconate all’immagine del Pantocrator, nella cappella oratoria, deturpandone soprattutto il volto; un pastore mi ha reso edotto, successivamente, sul motivo del disastroso atto vandalico: mi ha riferito confidenzialmente che molti “balordi” sono convinti che dietro alle immagini sacre e nelle tombe, i religiosi solevano nascondere i loro tesori! La tomba mi sembrò molto corta per l’inumazione di un essere umano. Visitando successivamente le grotte di Massafra, seppi, poi, che era diffuso nel monachesimo greco l’uso di farsi inumare rannicchiati, in posizione fetale. Tornando a valle riflettevo sulla vita dei frati che avevano abitato quel nido d’aquila, nascosti, avventurosi. Lì praticarono fino in fondo, nell’ardore della fede, i quattro cardini della regola basiliana: penitenza, lavoro manuale, studio e preghiera, eppure non erano diretti seguaci di San Basilio e non avevano, almeno per allora, una struttura monastica organizzata e piramidale; il fatto è che erano esuli da terre lontane dove la pressione musulmana e le leggi iconoclaste li avevano spinti sulle nostre contrade. Ho cercato, nel mio immaginario, di dare un volto, un corpo ideale, a quel frate lì vissuto e poi sepolto, su “Timpa dei Santi”, oggi nido di capovaccai, religioso esule, migratore, proprio come questo prezioso volatile, da terre lontanissime. E’ un’avventura veramente emozionante per i pellegrini visitare questo sito. C’è da sperare che sia reso fruibile a tutti da parte delle Istituzioni preposte.
Francesco Cosco
Socio Deputazione di Storia Patria per la Calabria
